Delphine Arnault (‘Prix LVMH’): “La moda non è uno sprint, ma una maratona”

4261.jpgelphine è la maggiore dei cinque figli Bernard Arnault, CEO e principale azionista di LVMH. Non si tratta solamente della più grande azienda di Francia in termini di capitalizzazione, ma anche di una notevole raccolta di marchi che fanno parte dei settori moda, lusso, profumi, vini pregiati e retail di alta gamma. Se il lusso mondiale ha una “prima famiglia”, senza alcun dubbio sono gli Arnault.

Nata a Lilla nel 1975, Delphine ha frequentato l’EDHEC, la London School of Economics (come JFK e Mick Jagger), e ha lavorato per due anni da McKinsey & Company prima di entrare in LVMH, in una prima fase da Christian Dior e più tardi da Louis Vuitton, riuscendo anche a crescere la figlia Elisa con il suo compagno, l’imprenditore francese attivo nelle telecomunicazioni e nella tecnologia Xavier Niel. Riservata, ma dotata di un sorriso caloroso, Delphine ha potuto fare esperienza lavorando con diversi talenti, come John Galliano, Raf Simons, Jacobs e Ghesquière, acquisendo così un punto di vista unico sul modo di lavorare dei grandi stilisti. Da molti è considerata la “capa scout” di LVMH.

Abbiamo incontrato Delphine per un’intervista esclusiva sul ‘Prix LVMH’ e sul suo modo di gestire con abilità carriera, fama e famiglia.

Fashion Network: Da dove è venuta l’idea del ‘Prix LVMH’?

Delphine Arnault: Come leader del nostro comparto industriale, è nostra responsabilità identificare i talenti di domani, e aiutarli a svilupparsi. Questo è stato il punto di partenza della creazione del premio quattro anni fa. Ed è formidabile veder crescere il riconoscimento di anno in anno. Poter assistere alla sua evoluzione, e vederlo acquisire una così grande notorietà. È un progetto appassionante.

FNW: Perché creare due livelli di giuria?

DA: Quest’anno abbiamo ricevuto più di 1.200 dossier. Una cifra enorme. Abbiamo selezionato i 21 stilisti presentati – in ciò che chiamiamo lo showroom in cui si organizzano le semifinali – a un gran numero di esperti e professionisti della moda. Può trattarsi di stilisti (Carine Roitfeld, Marie-Amélie Sauvé…), di giornalisti (Suzy Menkes, Godfrey Deeny, Tim Blanks…), di truccatori (Pat Mc Grath, Peter Philips), di fotografi (Patrick Demarchelier…), di buyer di grandi magazzini e multimarca (Sarah Andelman, Linda Fargo, Carla Sozzani…)… Diversi stakeholder che possono aiutare i giovani stilisti nella loro carriera. In due giorni incontrano cinquanta personalità del nostro settore che probabilmente non avrebbero avuto la possibilità di conoscere. O comunque non in due giorni! Il loro lavoro è presentato a un gran numero di attori chiave. E anche se non figurano tra i finalisti, ciò permette loro di guadagnare notorietà, di ottenere contatti importanti. Anche la perseveranza è un elemento importante del premio. Per esempio, Jacquemus aveva presentato la candidatura un anno, ma non aveva vinto, e l’anno seguente ha ricevuto un premio speciale. Marques’ Almeida pure. Ciò mostra che la moda non è uno sprint, semmai una maratona, e che bisogna veramente lavorarci tutti i giorni in modo costante. È perseverando che si riesce nelle cose.

FNW: E perché avere una seconda giuria composta da grandi designer?

DA: Penso che da LVMH si trovino i migliori stilisti del mondo. Tra Karl (Lagerfeld), Nicolas (Ghesquière), Marc (Jacobs), Phoebe (Philo), JW (Anderson), Humberto (Leon) e Carol (Lim) … Sono veramente dei creatori incredibili; tutti lavorano circondati da team di giovani designer. Del resto, Karl stesso ha iniziato la carriera vincendo un premio. Dunque, chi meglio di lui per valutare e giudicare i giovani stilisti? È come quando Shchukin ha scoperto l’opera di Picasso, se vogliamo prendere un esempio dal mondo dell’arte. È stato Matisse a raccomadargli di dare uno sguardo all’opera di Picasso, definendola “importante”. Stessa cosa fra gli stilisti: l’occhio di un creatore porta immediatamente alla luce il talento. Guardate Christian Dior: nel suo studio ha avuto Yves Saint Laurent, Pierre Cardin, Marc Bohan. Questi direttori artistici sono i più adatti a identificare i creatori di domani.

FNW: Cosa ne pensa di quest’annata 2017?

DA: Penso che rifletta veramente lo spirito del tempo. Ci sono cinque donne tra i finalisti, e ne siamo molto fieri. Inoltre, ci sono due francesi, una inglese, un siriano… E dal punto di vista delle creazioni, ci sono dei designer che realizzano linee uomo, donna o unisex…

FNW: È dunque un premio a vocazione internazionale?

DA: Il ‘Prix LVMH’ è un premio digitale. Il giovane stilista deve fare domanda di partecipazione online. Noi partiamo dal principio che tutti oggi hanno accesso a un computer e dunque possono iscriversi al concorso. Volevamo che il premio fosse globale e quindi è aperto a tutte le nazionalità. Bisogna solo avre tra i 18 e i 40 anni, e avere almeno due linee commercializzate nel prêt-à-porter uomo o donna.

FNW: Tutti parlano dell’importanza del tutoraggio. Qual è l’approccio di LVMH in questo campo?

DA: Con il ‘Prix LVMH’, il vincitore si assicura 300.000 euro. Ma oltre a questo, ciò che è più importante, a mio parere, è che per un anno (e anche oltre), lo stilista avrà un team dedicato di LVMH per assisterlo, rispondere ai dubbi che può avere sul pricing, la produzione, lo sviluppo di nuove linee, la protezione del suo nome, la contabilità, il lancio di profumi, di accessori, di calzature… Perché gli stilisti giovani spesso hanno a disposizione dei team di persone molto piccoli e si trovano a dover anche gestire la produzione, gli acquisti e la cassa.

FNW: Perché secondo lei la moda aveva bisogno di un nuovo premio?

DA: Era un modo per dare una mano ai giovani. Si tratta del solo premio veramente internazionale, globale. E questo riflette bene la nostra epoca. Ed è il solo riconoscimento in cui, in giuria, ci sono quasi solamente dei direttori artistici, i migliori creatori del mondo che eleggono lo stilista più promettente. E penso anche che per questi giovani incontrare Karl, Nicolas, Jonathan, Marc, Phoebe, Humberto o Carol sia un momento unico nella loro vita, che non dimenticheranno mai.

FNW: Cosa dice alle persone che insinuano che il ‘Premio LVMH’ sia anche un modo per la sua azienda di scoprire i nuovi talenti senza dover assumere degli headhunter?

DA: Per il momento non abbiamo ingaggiato nessuno che sia passato dal premio. Forse un giorno sarà diverso, ma per il momento questo non è il nostro scopo.

FNW: Quali sono i talenti speciali che cercate in un finalista?

DA: Ciò che cerchiamo sono dei profili che abbiano un vero punto di vista, una visione, un prodotto unico. Delle creazioni del proprio tempo. Pensiamo anche che sia molto importante saper comunicare e parlare bene della propria maison. Ogni finalista s’intrattiene con la giuria per 10 minuti, accompagnato da alcuni investitori, per spiegare la sua visione e convincere. Dopo questo, c’è un pranzo con mio padre (Bernard Arnault, ndr.) e la giuria alla Fondazione LVMH, ed è là che discutiamo di ogni profilo ed eleggiamo il vincitore.

FNW: Lei viene da una delle famiglie più famose di Francia e d’Europa. Essere così esposta mediaticamente le ha facilitato o complicato la vita?

DA: Ho la grande opportunità di lavorare in questo gruppo. È molto eccitante. Ho debuttato da Dior, dove ho lavorato per 12 anni al fianco di Sidney Toledano. Ora lavoro per Vuitton. Sono stata molto fortunata ad aver potuto conoscere questo mondo sin da quand’ero molto giovane, e che mio padre mi abbia dato fiducia.

FNW: Molte persone sostengono che quella di Nicolas Ghesquière per Louis Vuitton sia stata una scelta fatta da lei…

DA: Nicolas è formidabile. Adoro lavorare con lui. Lo conoscevo da molto tempo. Secondo me è uno degli stilisti più talentuosi della sua generazione. Ho semplicemente espresso il mio parere, e in seguito mio padre ha deciso insieme a Michael Burke.

FNW: Come riesce a destreggiarsi fra l’essere mamma e avere una carriera, per di più in un gruppo così grande come LVMH?

DA: Quando ho del tempo libero, semplicemente ne passo molto con la mia famiglia, per me è essenziale.

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